Musica · Viaggi!!

Lou Reed, il mio primo compagno di viaggio

Andare a studiare all’estero fa paura.

Per carità, non fraintendetemi, è un’esperienza assolutamente meravigliosa, che fa crescere psicologicamente ed emozionalmente, ti mette in contatto con culture e persone di tutti i tipi, cibi, usi e costumi.

Però, però…

Quando ti trovi a 17 anni su un aereo diretto verso un paese di cui sai pochissimo, di cui conosci la lingua solo teoricamente e sai già che vivrai con una famiglia di sconosciuti o quasi, l’eccitazione e il terrore sono uniti stretti stretti in un’unica, nuova emozione.

Perciò, quando arrivi in aeroporto e incontri per la prima volta il padre della famiglia che ti ospita, sei timida e pronta a conoscere tutto subito, e allo stesso tempo vorresti solo tornare indietro, scappare dal mondo intero.

Quando sono atterrata a Barajas, l’aeroporto di Madrid grande quanto una cittadina di campagna, Alvaro, il padre della famiglia che mi avrebbe ospitato, mi stava aspettando con un cartello con il mio nome scritto in blu. Credo che ricorderò sempre quel momento, la gioia, la timidezza e l’incertezza di quel primo saluto, così come l’imbarazzo che accompagnò quel primo tragitto in macchina, dall’aeroporto a casa.

Era la prima volta che parlavamo direttamente, e io non mi fidavo ancora del mio spagnolo in modo da poter sostenere una conversazione decente, perciò Alvaro, dopo qualche minuto di presentazioni e chiacchiere, mise su un disco per alleviare il mio imbarazzo (grazie!!). Si trattava di Transformer di Lou Reed, del 1972, prodotto da David Bowie e Mick Ronson.

Era la prima volta che lo ascoltavo per intero e me ne innamorai subito: la voce roca e quasi annoiata di Reed, le melodie rock e punk, i testi impegnati e spesso difficili rendono Transformer uno dei miei album preferiti. In particolare adoro Walk on the wild side, Vicious e Perfect day, che da quel momento iniziai ad ascoltare a ripetizione.

Quando arrivarono le vacanze di Natale e Alvaro mi riportò a Barajas, Transformer fu di nuovo la colonna sonora del viaggio, quasi come un piccolo rituale da viaggio.

A gennaio ripetei lo schema, per conto mio, nel tragitto da Torino a Caselle; la volta successiva che presi un aereo Walk on the wild side fu la prima canzone che ascoltai dal mio iPod, e così via- tra aeroporti e pullman e metro, Lou Reed era sempre al mio fianco, qualunque fosse la destinazione.

Era un gesto automatico e quasi necessario: fatte le valigie, preso un bus o la metro verso l’aeroporto, ecco che cerco Transformer sul mio telefono e inizio ad ascoltarlo, e solo allora potevo dire di essere davvero partita.

Per almeno tre anni, ogni volta che dovevo andare da qualche parte o tornare a casa, fosse essa Torino o Madrid, non importa che genere di musica ascoltassi al momento, quel magico album mi accompagnava sempre, a volte per intero, a volte solo alcuni brani. Divenne per me simbolo di viaggio, di cambiamento; divenne un modo per rendere quasi tangibili quelle emozioni che provai la prima volta, quel misto di terrore, ansia, gioia infinita, eccitazione e forza che mi annodavano il cuore e la mente ogni volta che dovevo preparare le valigie e andare da qualche parte.

Purtroppo devo ammettere che negli ultimi due anni non sono più stata così fedele al mio primo compagno di viaggio, vuoi perché sono cambiata io, vuoi perché le sensazioni che provo ora, quando parto, sono meno viscerali delle prime volte e non sento il bisogno di un’ancora che mi ricordi che ci sono già passata, che le emozioni che provo in quel momento tra poco non le sentirò più, ma che torneranno tra poco tempo, appena comprerò il prossimo biglietto aereo.

Ho lasciato Lou Reed alle spalle, e pensarci mi ferisce molto più di quanto avrei mai immaginato. Ascolto ancora la sua musica, perché è fantastica e potente e vera, ma non più quando viaggio, o almeno non con la stessa costanza di qualche anno fa.

Mi sono allontanata dal mio piccolo rituale, senza una vera ragione, al di fuori forse del fatto che tutti cambiamo, e mi sembra quasi di essermi allontanata da una parte di me stessa, rimasta abbandonata in un aeroporto da qualche parte in Europa, in preda a più emozioni di quanto potessi pensare possibili.

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