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The confession killer – Recensione

Cosa spinge un uomo qualunque, condannato per l’omicidio di un’ottantenne, a confessare improvvisamente più di 200 uccisioni?

Nel 1983 Henry Lee Lucas viene accusato dai Texas Ranger di essere in possesso di un’arma da fuoco, cosa che, nella sua condizione di ex-carcerato, gli era vietata. Qualche giorno dopo ammette di aver ucciso un’innocua ottantenne che lo aveva ospitato qualche tempo prima e la giovanissima Becky Powell, sua amante. La polizia controlla i suoi racconti, scopre prove schiaccianti per accusare Lucas e l’uomo viene portato in tribunale, dove viene condannato a 75 anni di carcere.

Ed è a questo punto che gli eventi prendono una piega assurda (non che prima non lo fossero, tra omicidi, necrofilia e squartamento dei due cadaveri): Henry Lee Lucas chiede, con tutta la tranquillità del mondo, che pena deve ricevere per aver ucciso altre 100 persone.

Nei mesi successivi Lucas diventa una specie di star per la polizia e i Rangers americani: grazie alle sue confessioni vengono chiusi decine e decine di casi irrisolti in 19 stati diversi, tutti commessi in modi, luoghi e con armi diversissime tra loro. Viene da chiedersi come mai nessuno si sia interrogato sulla mancanza di un modus operandi o di una firma, caratteristiche sempre presenti nei serial killer e sempre distinte a seconda del colpevole. Ma le domande non sono tutte qui: presto infatti un giornalista, alcuni familiari di presunte vittime (il cui numero continua ad aumentare, fino a raggiungere e superare le 600, a seconda delle fonti) e un paio di politici iniziano a chiedersi cosa ci sia di vero dietro queste confessioni spontanee e tanto utili.

E’ possibile che Henry Lee Lucas stia mentendo, fornendo alla polizia informazioni che lui stesso ha ricevuto da qualcuno? E’ possibile che i Rangers lo stiano usando per chiudere casi e farsi rieleggere, magari forzando la mano sulle confessioni? E’ possibile infine che Lucas confessi omicidi avvenuti a distanza di pochissime ore e centinaia di chilometri e che nessuno abbia dubbi?

Insomma, quante persone ha realmente ucciso Lucas e chi vuole che si assuma la colpa di tutti quegli omicidi che non può aver commesso?

Commenti

The confession killer è un documentario che lascia moltissime dubbi, e non solo sulla credibilità di confessioni express, ottenute in 20 minuti prima di passare alla successiva.

Il caso di Lucas è, secondo il mio modesto parere, un brillante esempio di un’investigazione condotta di merda. Presi dall’entusiasmo e la speranza di aver tra le mani quello che potrebbe (seh) essere il killer più prolifico di sempre, i Rangers e la polizia americana si sono lasciati sfuggire milioni di dettagli, informazioni e prove necessarie per fermare i veri colpevoli.

Come se non bastasse, le indagini private fatte per provare che Lucas non può aver commesso certi delitti vengono ostacolate, i dati scompaiono e coloro che investigano vengono accusati di voler rovinare la reputazione della polizia. E non serve a nulla che Lucas ritratti le confessioni, dichiarando di aver detto soltanto quello che i Rangers volevano sentire: ormai l’assassino è lui. Anche quando il DNA prova il contrario.

I cinque episodi che compongono il documentario analizzano filmati dell’epoca, le confessioni di Lucas, spezzoni delle notizie televisive e intervistano un gran numero di persone coinvolte nella faccenda, dai Rangers al giornalista che per primo iniziò a mettere in dubbio la veridicità del presunto colpevole. E’ una serie fatta con grande maestria, capace di coinvolgere il pubblico e far nascere domande a tutti. Se dovessi elencare tutto ciò che vorrei chiedere alle persone coinvolte in questa storia finirei di scrivere quest’articolo dopodomani, quindi mi limiterò a lasciarvi con un solo un paio dei dubbi più pressanti che mi sono rimasti dopo aver finito la serie.

  1. Perché la polizia e i Rangers, gente abituata alle menzogne e ai bugiardi, riesce a farsi fregare così facilmente dal primo vagabondo sdentato che trovano e non vogliono ammettere di aver sbagliato neanche quando hanno le prove dei loro errori sotto il naso?
  2. Perché Henry confessa di aver ucciso centinaia di persone, per poi ritrattare tutto? A quel punto era già stato condannato, quindi cosa ci guadagna, oltre all’attenzione internazionale? E tale attenzione è davvero una buona ricompensa per ciò che in un primo momento sosteneva di aver fatto?
  3. Perché l’assenza di un modus operandi e di una firma non ha mai destato sospetti? E soprattutto vorrei sapere come fa, sempre secondo la polizia, a non lasciare mai nessuna traccia di sé sul luogo del crimine. Niente DNA, niente orme, capelli, sangue, nulla di nulla. Il principio di Locard vale per tutti ma non per lui?

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