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Midnight Diner: Tokyo stories – Recensione

Oggi, per la prima volta in un bel po’ di tempo, mi sono collegata a Netflix e ho deciso di sfoltire un pochino la mia watchlist, partendo dalla serie giapponese Midnight Diner, che ho appena scoperto essere basata sul manga ‘Shinya Shokudô’ di Yaro Abe. Ho conosciuto questo show grazie alla mia amica e vicina di casa Viola, con la quale, ormai mesi fa, vidi un paio di episodi. Oggi non mi sono trattenuta, e ho visto tutta la prima stagione, impresa facile visto che gli episodi sono solo dieci e durano una ventina di minuti.

Lo show in Giappone ha altre tre stagioni e due film con gli stessi attori, ma su Netflix solo venti episodi sono disponibili, che corrispondono alla quarta e quinta stagione in madrepatria.

Il diner della serie è un posto molto particolare: viene chiamato ‘Midnight Diner’ dai suoi clienti per via dell’orario di apertura, da mezzanotte alle sette del mattino. Il menù ha solo pochi piatti, ma il cuoco e proprietario, conosciuto come Master, è sempre pronto a cucinare le pietanze richieste dai clienti, a condizione di avere gli ingredienti necessari.

Ogni episodio parte da un piatto, un personaggio e una storia diversa; grazie a questi semplici ingredienti, la narrazione ci svela i segreti, rimorsi o rimpianti dei clienti della tavola calda, gente comune con problemi comuni e che proprio per questo permettono al pubblico di ritrovarsi in essi.

Lo spettatore segue così i personaggi mentre si confidano con il Master, sempre pronto ad ascoltare senza giudicare, o mentre si confrontano con i clienti abituali per poi affrontare le questioni che più stanno loro a cuore.

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La serie tratta temi molto comuni ma da un punto di vista molto interessante: vediamo storie d’amore sbocciare sotto i nostri occhi, assistiamo a familiari che si ritrovano o che imparano a conoscersi meglio, vediamo povertà e disoccupazione, stelle dello spettacolo sulla via del tramonto e soprattutto tanta speranza per il futuro.

Ciò che più mi ha colpito di questo show è l’atmosfera quieta e in un certo senso domestica che si crea al guardare gli episodi. Il diner, centro di tutto, è piccolo ma accogliente, e l’allegria dei clienti abituali, unita alla calma e pacatezza del Master, fanno sentire a casa, come se anche lo spettatore potesse aspettare la mezzanotte per poi uscire dal lavoro e andare a sedersi nella tavola calda per gustare un piatto tipico giapponese ascoltando aneddoti divertenti e barzellette infantili insieme al resto del cast.

In più, alla fine di ogni episodio i protagonisti si dirigono direttamente alla telecamera, dando qualche indicazione su come cucinare il ‘loro’ piatto, per poi augurare la buonanotte a chiunque stia guardando. E questa piccola scenetta non fa altro che aumentare la sensazione di condividere con loro qualcosa di più di una ventina di minuti attraverso uno schermo.

3 pensieri riguardo “Midnight Diner: Tokyo stories – Recensione

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