Libri · Recensioni

Underground, Murakami Haruki – Recensione

Per me, Murakami è un genio. Le sue storie hanno la stessa atmosfera fantastica e a volte terribile dei sogni e di certe poesie; con poche parole riesce a creare ambienti unici partendo dal nostro mondo per poi ricamarci sopra e aggiungere piccoli particolari che, con il tempo, prendono sempre più importanza all’interno della trama, fino al punto in cui la realtà stessa è talmente distorta da diventare un universo parallelo. Trovo che sia uno stile unico e inimitabile che mi conquista ogni volta.

Pur avendo divorato molti dei suoi romanzi, fino a qualche tempo fa non avevo mai preso in considerazione la possibilità di leggere uno dei suoi saggi. Poi ho trovato Underground e sono rimasta molto colpita dal progetto che l’autore si era proposto di realizzare con esso, così me lo sono fatto regalare dai miei per il mio compleanno, e mesi dopo l’ho finalmente letto.

Per coloro che non conoscono l’accaduto, ecco l’accaduto in breve: il mattino di lunedì 20 marzo 1995 cinque uomini appartenenti al culto di Aum salgono su cinque diverse linee della metro di Tokyo e usano degli ombrelli per bucare delle sacche contenenti il sarin, un potentissimo gas nervino. Nel giro di pochi minuti, migliaia di persone vengono contagiate con risultati orribili: 13 persone muoiono per gli effetti del gas e oltre 6200 vengono intossicate.

Murakami, non soddisfatto dai resoconti dell’attentato proposti dai media giapponesi, sempre troppo sensazionalistici e che non lasciavano spazio alle vittime per raccontare le loro esperienze, decide di intervistare lui stesso tutti coloro che riesce a trovare e che sono disposti, solo qualche mese dopo l’accaduto, a riviverlo per raccontarglielo. Le interviste delle vittime compongono così il primo volume di Underground pubblicato nel 1997. Nei mesi successivi, l’autore decide di intervistare alcuni membri del culto di Aum e pubblica i brani nella rivista Bungei Shunjū per poi scegliere di raccoglierli in un secondo libro. Nell’edizione italiana, questi due volumi sono raccolti in uno unico.

Prima parte

La prima parte è a sua volta suddivisa in varie sezioni, corrispondenti alle diverse linee della metro colpite direttamente. Dopo un breve riassunto su come e chi avesse rovesciato il sarin in un determinato treno, Murakani procede raccogliendo le testimonianze di coloro che erano lì presenti. In questo modo il lettore ha l’impressione di vivere in prima persona tutto ciò che successe quel terribile lunedì e si riesce a percepire la paura, la tensione, la confusione estrema che regnava nelle stazioni e nei treni colpiti.

Seconda parte

La parte conclusiva del libro unisce invece le interviste di alcuni membri del culto. Nessuno di essi prese parte all’attacco, anzi, le persone intervistate non aveva la minima idea di cosa i loro capi stessero progettando, al punto che quasi nessuno, in un primo momento, collegò la loro setta con l’attentato di cui la polizia li accusava. Alcuni degli intervistati si erano allontanati dal culto già prima del marzo del ’95, altri lo fecero dopo aver scopertola verità, altri ancora, pur condannando l’attacco, sostengono che le basi della dottrina religiosa sulla quale Aum si fonda sono ancora valide e pertanto continuano a far parte della setta, che ora ha cambiato il nome in Aleph e si è allontanato dal fondatore e ideatore dell’attacco.

Commenti

Credo che le due parti della storia abbiano due valori completamente diversi tra loro.

Leggendo le interviste delle vittime non possiamo non immedesimarci in esse; viene naturale chiedersi cosa avremmo fatto noi al loro posto. Saremmo scappati in preda al panico o ci saremmo fermati, vuoi per curiosità vuoi per altro, finendo così per aiutare le persone in difficoltà e finendo con l’avvelenarci tramite contatto? E’ impossibile sapere con certezza come reagiremmo davanti a una catastrofe del genere, ma credo sia una riflessione molto importante da fare, anche solo per conoscersi meglio. Ciò che colpisce di queste storie però è il senso di impotenza che si vive sul momento. Nessuno sa cosa stia succedendo, la metro e le stazioni sono in estrema confusione, tutti cercano di capire quanto sia grave la situazione, i sintomi presentati sono più o meno gravi senza un’apparente logica e nessuno riesce a prendere il comando e dirigere le operazioni di salvataggio, perché non sappiamo nemmeno da cosa bisogna proteggersi. Sono state ore orribili, che non possiamo augurare a nessuno, ore con eroi senza nomi che si sono sacrificati per aiutare gli altri rischiando di morire, ore in cui nessuno può essere accusato di codardia se si è allontanato per continuare con la sua giornata.

Ma soprattutto sono ore da non dimenticare, e non solo per capire come sia possibile rispondere meglio, con più fretta e una migliore organizzazione in un’occasione simile, non solo per studiare l’accaduto e costruire difese in grado di evitare una simile catastrofe. Non possiamo dimenticare quello che è successo, le persone che sono morte e tutte quelle che hanno sofferto perché glielo dobbiamo. Dobbiamo loro il rispetto che le vittime di tutti gli attentati si meritano, perché morire per assurde guerre di religione è una fine orribile e insensata, una fine che miete vittime innocenti per lanciare messaggi di violenza e orrori a non finire.

Se il punto centrale della prima parte è l’importanza della memoria, la seconda metà invece si concentra su cosa fosse davvero il culto di Aum. Mentre durante gli incontri con le vittime Murakami si limitava ad ascoltare le loro storie, qui invece fa nascere un dialogo, una discussione a tratti molto filosofica.

Va nuovamente sottolineato che tutti gli intervistati facenti parte del culto sono innocenti e che non hanno mai partecipato a nessuno degli atti violenti commessi da Aum né tanto meno li difendono e che quindi si meritano di essere ascoltati con neutralità e attenzione.

Coloro che si uniscono al gruppo hanno dubbi esistenziali e religiosi molto interessanti, spunti di riflessione che potremmo analizzare e discutere per ore perché sono domande estremamente coinvolgenti che tutti, in modo diverso, abbiamo affrontato ad un certo punto della nostra vita. Ma la differenza con queste persone è che la loro angoscia era talmente forte da spingerli ad affidarsi a un leader magnetico e che sembrava capire tutti con una sola occhiata, un leader con le risposte più corrette alle loro domande disperate.

Attraverso i loro racconti prende quindi forma un culto religioso che predica l’ascetismo, l’allontanamento dalla società e i beni terreni, che richiede che gli adepti purifichino se stessi attraverso vari stadi di meditazione, yoga e preghiere in modo da raggiungere la salvezza. Tutto molto innocente, almeno in un primo momento. Poi però le cose sembrano cambiare, vediamo il leader e i suoi aiutanti più fedeli diventare più violenti e ipocriti, dare l’ok a pratiche inumane come punizioni, dall’elettroshock al venire appesi per i piedi fino all’essere usati come cavie, secondo una particolare testimonianza. Insomma, quello che era un culto religioso diventa una setta pronta a uccidere e avvelenare migliaia di persone.

Anche unendo queste testimonianze però non compare un quadro completo. Secondo alcuni, nella comunità non succedeva nulla di strano e le perquisizioni della polizia e le notizie della cattura e confessione dei colpevoli arriva come uno shock. Altri invece iniziano a dubitare di tutto quello che succede e si allontanano dal culto quando iniziano a vedere l’ipocrisia dietro la scelta dei capi e la violenza latente nella ultime prediche del leader. Quando le ragioni filosofiche ed esistenziali che avevano spinto la gente a unirsi al culto vengono meno, molti se ne allontanano, pur restando marchiati a vita come ex adepti di Aum.

Trovo che questi resoconti abbiamo un’importanza pari a quella delle vittime ma per motivi molto diversi: qui infatti emerge il problema rappresentato dalle sette religiose e le loro pratiche estreme. Vediamo gente comune, forse più preoccupata di altre per la salvezza delle loro anime dopo la morte, finire nelle mani di una persona senza scrupoli, pronto a manipolarle e usarle per costruire armi e utilizzarli per i suoi scopi personali. Non tutti sono innocenti, ovviamente; coloro che hanno commesso il crimine si meritano di venire processati e condannati secondo le leggi del paese, ma quelli che non ne sapevano nulla e sono solo stati usati meritano perlomeno di essere ascoltati e magari capiti.

Non si conosce con esattezza quale fosse l’obbiettivo finale di Shoko Asahara, il leader, una volta commesso l’attentato. Si è parlato di un piano che prevedeva altri attacchi fino a compiere un colpo di stato per poi costituire una nuova forma di governo, ma la verità è che il quadro completo probabilmente non verrà mai alla luce.

Ciò che rende unico questo libro è il modo in cui vengono presentate le due facce della stessa medaglia: da una parte abbiamo le vittime e le loro terribili esperienze, dall’altra vediamo le reazioni di coloro che facevano parte dei cattivi pur senza esserlo. Murakami ci guida attraverso le vite di una quarantina di uomini e donne e le giornate che cambiarono per sempre il loro futuro con la maggior obbiettività possibile in una situazione del genere, facendo da tramite tra il lettore e le parole ed emozioni delle persone coinvolte.

Siamo nuovamente spettatori di un incubo, ma questa volta non uno nato dalla fantasia di un bravo scrittore giapponese, bensì uno mortale e fin troppo reale, dal quale non potremo mai scappare o dimenticare del tutto.

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