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Serie MEH: How to get away with murder & Suits

Cosa fai quando sei in vacanza in un’isola splendida ma piove e fa freddo? Resti a casa a guardare Netflix. Così, dopo un po’ di tempo passato a decidere cosa vedere, la scelta è caduta su How to get away with murder; non è andata bene, per nulla, quindi dopo una stagione e mezzo l’ho mollata e ho iniziato Suits. Nemmeno questa è stata un successo, anche se ci ho messo una stagione in più a rendermene conto. Occhio agli spoiler!

Primo, How to get away with murder o Le regole del delitto perfetto.

La storia inizia bene: Annalise è un avvocato difensore, probabilmente la migliore della città, e insegnante di diritto penale all’università di Middleton; ogni anno sceglie alcuni dei suoi studenti (Wes, Laurel, Michaela, Asher e Connor, brillanti e ambizioso, pronti a tutto per impressionarla) per far parte del suo team e imparare direttamente da lei collaborando a vari casi. Uno in particolare richiede molta attenzione, ovvero l’omicidio della giovane studentessa Lila, che col passare del tempo sembra avere un legame molto sospetto con il marito di Annalise e che finisce per coinvolgere anche i vari studenti in numerosi crimini.

La premessa è super interessante, il modo in cui l’azione si svolge pure, i personaggi mi piacciono… Poi però inizia la seconda stagione. Annalise inizia a usare sempre di più le persone (cosa che faceva anche prima, ma ora tutto va male e lei è in preda ai rimorsi 🙄), passa metà del tempo a bere e piangersi addosso, Connor (uno dei miei preferiti) è costantemente depresso e nessuno fa nulla per aiutarlo, gli aiutanti di Annalise, Bonnie e Frank, iniziano a diventare dei personaggi da telenovela (un passato segreto alle spalle, violenza latente, sordide storie con gli studenti, blah blah blah…) e si perde l’umore che nella prima stagione era presente nonostante i temi pesanti trattati. E come se non bastasse, invece di seguire vari casi, il gruppo ne ha solo uno che si tira dietro per una dozzina di episodi. No. Io. So.

Ho dato un’occhiata alla pagina Wiki della serie per vedere se le cose si fossero messe meglio in futuro, ma a quanto pare no, anzi; alcuni muoiono, Connor e il suo fidanzato continuano a mollarsi e rimettersi insieme come nelle peggio telenovelas, Annalise inizia una relazione fin troppo stabile con l’alcohol e la struttura delle stagioni resta la stessa (omicidio/crimine misterioso commesso dagli studenti che vediamo per due minuti a episodio fino al drammatico finale, stessa sequenza seguita nella prima serie), almeno credo. Non che mi importi più di tanto, ormai.

Lati positivi: la protagonista è una donna nera dichiaratamente bisessuale con relazioni on-screen sia con uomini che con donne; c’è una coppia gay (Connor e Oliver), dei cinque studenti due sono neri e una latina. Diversità a parte… meh.

Anche Suits è iniziata bene ed è andata rapidamente in malora.

Harvey Specter è un avvocato con un ego grande quanto il suo mega appartamento a New York che deve trovare un nuovo socio per la firma per cui lavora, incarico che odia. Poi però incontra lo squattrinato ma geniale Mike, se ne innamora e vissero tutti felici e contenti. Scherzo, ovviamente, anche se così mi sarei risparmiata un bel mal di testa da incazzatura; Mike decide infatti di spacciare maria per un amico, poi si rende conto che è una trappola, scappa dalla polizia e finisce nella stanza dove si trova Harvey per le sue interviste, la sua valigetta cade e Harvey scopre cosa sta succedendo davvero. L’avvocato resta però incuriosito dal ragazzo e scopre che è un genio e, sebbene Mike non abbia nemmeno una laurea, decide di assumerlo comunque: i due dovranno solo fingere che Mike sia un avvocato con il resto del mondo. Easy.

Mike diventa quindi il suo aiutante/socio/tuttofare, corre in giro per la città facendo tutto quello che può e Harvey lo ringrazia una volta ogni morte di papa, anche se poi è sempre pronto a rischiare tutta la sua carriera per far restare Mike con lui alla firma dove lavorano. Che ci posso fare, i due hanno un rapporto complesso.

Prima stagione, tutto molto figo, i due seguono un sacco di casi, noi conosciamo anche Donna, la spettacolare segretaria di Harvey che sa sempre tutto di tutti e che adoro, Louis Litt, avvocato e barzelletta dello studio, Jessica Pearson, la managing partner della firma, Jenny e Trevor, amici di Mike (e spina nel suo fianco, almeno nel caso di Trevor) e infine Rachel (interpretata da Meghan Markle), paralegal (persona che lavora con avvocati ma che non lo è, credo di aver capito: una via di mezzo tra una segretaria e studente di legge? Non lo so, Rachel non è avvocato ma vuole diventarlo e nel frattempo lavora) il cui solo scopo sembra essere quello di far innamorare di sé Mike e creare conflitti nel ragazzo stesso e nel suo rapporto con Harvey. Non che sia cattiva o faccia casini, ma non capisco che scopo doveva avere il suo personaggio nella testa di chi l’ha creata; è una ragazza dolce e brava, tutto quel che vuoi, ma non serve a molto oltre a far sbavare Mike.

Seconda stagione, le cose prendono una piega pallosa: oltre ai vari casi legali, Mike continua ad avere un sacco di casini nella propria vita privata e almeno tre ragazze diverse; buon per lui, due palle per me, perché così tante ragazze significano fin troppi minuti passati dietro trame romantiche da Harmony scadente. E come se non bastasse, lo studio legale è in guerra con se stesso: il vecchio socio è tornato e vuole farla pagare cara a Jessica e Harvey, colpevoli di averlo cacciato. Il bel rapporto tra i due si fa teso, Jessica si comporta da stronza e usa Mike, è tutto molto cliché e noioso.

Terza stagione, la situa è tesa (cit mio fratello), Harvey e Mike sono in rotta tra loro, io lo sono con la serie, quindi decido di controllare di nuovo Wiki, scopro che ad un certo punto Mike se ne va per una o due stagioni, tutti scoprono il suo segreto e per qualche ragione va in prigione, anche se non so bene quando, Jessica si trasferisce da qualche altra parte, Louis fa qualche cazzata, Donna e Harvey iniziano a provare qualcosa l’uno per l’altra ma immagino ci metteranno cinquant’anni prima di chiarire tutto, blah blah blah. Insomma, un altro flop che ho mollato piuttosto in fretta.

La cosa migliore che è uscita dall’aver perso tempo dietro queste serie è che ho scoperto che preferisco storie con episodi auto-conclusivi, dove la trama ha un inizio e una fine chiari e ben delineati, senza trascinarsi dietro troppi fronzoli inutili. E se uno show inizia col botto, c’è un 60% di possibilità che la seconda stagione rovini tutto; dalla terza in poi, le probabilità crescono in modo esponenziale (parlo di te, Casa de Papel).

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